I SIMPLY AM NOT THERE

Il Natale. Come lo ricordo io.

Posted in Uncategorized by lonelymarlin on 25 dicembre 2011

Quel brillare di luci colorate (con la parte trasparente a punta: oggi non sarebbe a norma, ma chi se ne frega), una calamita a ferro di cavallo infilata di nascosto tra i rami dell’albero di Natale, le scatole di costruzioni, che non mancavano mai.

La porporina, che si infilava dappertutto, quei lavoretti pasticciati di Vinavil e quei disegnetti storti, con la Sacra Famiglia che sembrava una serie di pupazzi infilati nel microonde e fatti squagliare a mezzo. Quegli spot natalizi, un po’ sgranati, quasi ingenui: uno tra tutti, quello della Coca Cola, che ad ascoltarlo ancora mi commuove.

Il Presepio fatto a scuola, con la carta marrone e verde che si riutilizzava anno dopo anno, i personaggi messi sempre nello stesso posto, sempre uguale eppure sempre diverso, con quella mangiatoia vuota che veniva riempita, solennemente, prima di andare in vacanza.

Il primo albero che mi ricordi, con le palline argentee e lilla e le luci tutte colorate; le decalcomanie ai vetri, il profumo di strudel. Quel senso di mistero e di aspettativa che si sentiva, quasi aspettandosi di vedere Babbo Natale sbucare fuori all’improvviso e augurandosi al tempo stesso che così non fosse; ogni fruscio, ogni silenzio, ogni tintinnare lontano di campanelli era un segno del suo arrivo.

E ancora oggi, da serio professionista, sicuro, cinico, tecnologico, disilluso e disincantato, ancora oggi, in questo silenzio, tendo l’orecchio cercando e sperando di sentire ancora quel tintinnio di campanelli, in lontananza.

Auguri!

Bye bye, Marina

Posted in Uncategorized by lonelymarlin on 17 settembre 2011

Il campeggio, il giorno 4 settembre, a undici giorni dalla chiusura, é immerso in un’atmosfera da ultimo atto.

L’immutabile maxiorologio a LED all’ingresso segna ancora 30 gradi e il sole pomeridiano ha perso solo un po’ del suo smalto ma tanto basta.

Tante sono le piazzole vuote e in quelle ancora occupate c’é chi smobilita: si puliscono cerate, si smantellano strutture a tubo, si caricano carrelli e camper e bagagliai. Tra i bambini serpeggiano sinistri interrogativi quali: “hai finito i compiti per le vacanze?” o si avverte in lontananza un “arrivederci al prossimo anno”.

Su tutto domina l’odore balsamico di resina di pino e di salmastro, di gomma e citronella, in quantità. Malgrado tutto, le zanzare sono ancora aggressive…

Al market, di solito ben fornito e presidiato da un vecchietto pallido e immutabile quanto l’orologio all’ingresso, i prodotti sugli scaffali si fanno via via più scarsi, man mano che vengono acquistati e non più rimpiazzati. Si va ormai ad esaurimento.

Anche oggi, ormai alla fine del weekend, alle 19.24, c’é un silenzio anomalo. Complice il tempo nuvoloso, la spiaggia é dominio dei soli gabbiani e le torrette dei bagnini fanno la guardia soltanto alle onde.
Oltre il canale, a tarda ora, solo le musiche del Bocabarranca e i cori scatenati dei suoi clienti riescono a spezzare una quiete ormai pallida.

Comunque non tutti i bastioni sono caduti: la roulotte della signora Renate, inossidabile coiffeuse tedesca, é al suo posto come sempre, circondata da un caotico e tuttavia razionale collier di vasi di fiori, luci a LED, piante aromatiche e gerani; il campo di bocce, dura striscia in cemento accudita amorevolmente, a orari inflessibili, si popola di anziani che danno vita a esibizioni di precisione, e che vadano al diavolo i luoghi comuni sulla bocciofila: lo spirito di competizione é ben saldo, come le gambe dei tiratori.

Nello spiazzo di cemento dietro al bar, l’animazione serale langue: una ragazza in maglietta colorata, una scatola enorme di cosmetici accanto, attende un po’ svogliata piccoli visi da decorare, ma l’ora della movida é passata da un pezzo e quindi é tempo di recuperare rossetti e smalti e far la valigia: il viso pensoso e un po’ triste della ragazza é solo una macchia nella penombra al neon.

Ma le lancette che corrono non bastano a sciupare la bellezza di questo luogo: il luogo del tempo zero, dove tutto vive in una perenne sospensione, dove i vincoli si allentano, le grida sono solo quelle felici dei bambini, in qualsiasi lingua, dove grasse massaie armate di bacinelle, in batteria, puliscono le stoviglie ai lavatoi mentre gli uomini badano alla versione moderna delle capanne.

La luce del sole potrà anche essere un po’ slavata, le spiagge un po’ più vuote, il silenzio un po’ più fondo, ma le pinete sanno che é solo un’illusione, che l’inverno arriverà, ma sarà breve e che presto l’estate tornerà col suo carico di formichine alacri, nel fiume senza fine del tempo zero.

Il Falconiere (ovvero: alla natura non si comanda)

Posted in Uncategorized by lonelymarlin on 7 giugno 2011

Ieri ero in attesa del mio caffè pomeridiano quando mi sono imbattuto in una scenetta comica.

Dato che in Vicenza i piccioni sono un problema, si è ritenuto di procedere al loro contenimento in modo biologico, vale a dire usando un apposito falchetto con falconiere a corredo.

Questo simpatico individuo, munito di guanto di cuoio, lacci e lacciuoli, bisaccia in pelle, fischietto e, last but not least, di una sorta di piccione morto in gomma legato a una corda, tentava in tutti i modi di richiamare l’attenzione del volatile: fischiando, facendo versi chiocci, roteando il coso morto in gomma come un gaucho con le sue bolas.

Nel frattempo, una piccola folla si era radunata intorno al povero falconiere dispensando, secondo italica consuetudine, suggerimenti e consigli, dal lancio della scarpa alla scarica di fucile da caccia, mentre il piccione in gomma roteava più e più in fretta.

L’oggetto di tutti questi sforzi se ne stava appollaiato su un piccolo balcone con una grossa scritta VENDESI sul muro, a sbranare non è bene chiaro cosa, del tutto ignaro e indifferente.

Alla natura non si comanda. Una volta tanto…

Casi umani

Posted in Uncategorized by lonelymarlin on 13 aprile 2011

Nel variegato mondo del quartiere in cui abito, sono da segnalare due soggetti, meravigliosi, che ho avuto modo di tenere sotto stretta osservazione non tanto per chissà quale morbosa curiosità ma perché quando litigano fanno tanto di quel chiasso che è impossibile ignorarli.

Lei: americana, secca secca, una fitta chioma rossa, occhi spiritati (di spirito avremo ancora modo di parlare nel corso del post), lavora come “seller” in un centro commerciale;

lui: italico, convivente con lei, non si sa che faccia, capigliatura scarmigliata, vestimenti stile DDR, i profughi libici che approdano in questi giorni sulle nostre coste si tengono meglio di lui.

I due dividono un appartamento, diresti anche carino, al secondo piano di un condominio abitato in prevalenza da anziani. Possono passare intere giornate di idillio, ma quando si scatena la bagarre, lo schema è sempre lo stesso:

tre di notte. Silenzio. “fuck”. Silenzio. Rumore di oggetti. “Fuck!”. Silenzio. Rumori di trascinamento. “FUCK!”. E’ il “la” tanto atteso. Una valanga di improperi bilingui si sgrana nella notte a mo’ di rosario, seguita dal tonfo sordo delle masserizie che si fanno due bei piani in volo prima di atterrare con scarsa discrezione sul cemento del cortile.

Lei, è presto detto, beve. Come una spugna. E quando beve diventa violenta.
Lui, poveraccio, durante gli alterchi esce di buon passo da casa salvo essere inseguito dopo qualche minuto dalla compagna. Immaginate la scena: lui che si avvia per la strada buia, illuminata dalle lampade al sodio. Lei, incerta e barcollante, lo insegue, agitando le braccia, ubriaca come una cocuzza, a passo strascicato.

Romero, dove sei tu, Romero?

Alla fine lei si rende conto di non poter braccare, placcare, punire e umiliare l’ometto e fa rotta, sconfitta, verso il baretto del centro parrocchiale, ove permane fino alla chiusura mentre lui, passata la tempesta, mette fuori la testolina per poter tornare a casa in sicurezza, ricordando quei coniglietti che, timidi, aspettano il passar della buriana.

Ma dopo qualche tempo, l’idillio si ricompone e l’armonia torna a regnare. Fino alla prossima bottiglia…

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Un nuovo modo di fare le cose

Posted in Uncategorized by lonelymarlin on 31 gennaio 2011

Due settimane con l’iPad e parecchie cose sono cambiate.
É cambiato il modo di lavorare, di leggere, di sfogliare i giornali, di scrivere questo blog.
É cambiato il modo di scattare le foto, di manipolarle, di editarle direttamente sul posto e di visualizzarle su uno schermo molto più adatto.
É cambiato il modo di considerare il proprio lavoro “mobile”, pur con gli inevitabili vincoli (ricordiamolo, bypassabili, volendo) e di presentarlo agli altri.
Molti dicono che l’iPad é un dispositivo di prima generazione, affetto da molti vizi di gioventù e magari hanno anche ragione, ma da quando le punte delle mie dita hanno preso contatto con lo schermo, davvero molte cose sono cambiate.

Rete d’ignoti.

Posted in Uncategorized by lonelymarlin on 14 dicembre 2010

Senza cadere nell’eccessivamente introspettivo o nel cogitabondo, mi rendo conto di essere membro di diversi gruppi, principalmente su Facebook, di essere seguito su Twitter da qualche impavido masochista, di avere contatti quasi quotidiani con un sacco di persone.

Di cui nemmeno una conosciuta.

Nell’era dell’elettroalienazione, tutto questo mi riempie di gioia.

Illuminati ricordi.

Posted in Uncategorized by lonelymarlin on 8 settembre 2010

Non era possibile che tredici anni di vita io un posto venissero cancellati dalla mente senza lasciare una traccia, nemmeno un ricordino. Ma, persino per uno come me, vale il principio che la mente è come un contenitore io cui ogni cosa è racchiusa e basta solo una piccola spinta per snidare il ricordo, trovare il cassetto giusto e far scattare il pupazzo a molla.
Oggi ho scoperto cosa mi é rimasto nella mia vita di adulto, di quegli alla fine otto, nove anni trascorsi nella mia città natale.
Passeggiando nelle strade linde e soleggiate, ricordo pomeriggi interminabili in cui il tempo sembrava rallentare fin quasi a fermarsi, in cui ogni attività veniva quasi in inchiodata dai raggi del sole a perpendicolo per riprendere, quasi malvolentieri, al primo arancio della sera.
Il secondo ricordo che mi é esploso nella mente: ieri mattina osservavo sterpi secchi in un’aiola bassa, imbiancata a calce. Tra quegli sterpi, piccoli fiori gialli, quasi un miracolo tra tanta arsura.
Volava tra quel secco una farfalla e anche lí la luce era violenta, intensa, di un nitore implacabile.
E solo dopo aver appreso di poter ricordare, mi sono reso improvvisamente conto di quanto mi mancasse quella luce.

Una prece.

Posted in Uncategorized by lonelymarlin on 28 giugno 2010

Oggi sono tornato da un viaggio. Sono stato dal mio amico più caro e dalla sua splendida famiglia e ho vissuto momenti di tale e tanta felicità da non poterli compiutamente descrivere se non per lampi isolati di emozioni.

Ho vissuto una gioia dopo l’altra nell’incontrare il sorriso di due splendide bambine, di giocare con loro, di godere delle uniche cose che nella vita importano davvero: dell’amicizia e dell’amore.

Ho visto cosa significa creare e tenere insieme una famiglia stupenda e ho, ancora una volta, imparato alcune cose, con l’unico rimpianto di essere ancora alla teoria, mentre tanta è la voglia di passare alla pratica…

Ho realizzato con più chiarezza cosa fare, da dove cominciare, con la consapevolezza che non è qui che voglio vivere, non è a questo posto dove mi trovo che appartengo. Il chatwiniano “che ci faccio qui?” mi ha colpito con una forza inaspettata e tutte quelle vaghe, intrise di rimpianto, aspirazioni che avevo prima, si sono mutate in un’urgenza determinata e insistente.

Ho finalmente sepolto quella personalità cinica e disincantata che ha scritto questi post prima di me e che mi è servita semplicemente a crogiolarmi in uno sprezzante autocompiacimento, esaurita la sua funzione protettiva, mentre all’esterno, a tre ore di auto da qui, c’era chi già da anni aveva tradotto in realtà (e realtà funzionante), le cose vere e più belle della vita.

Sono felice di avere questi maestri, felice di essere reputato da loro degno di stima, di aver trovato finalmente il senso della vita guardando a quella degli altri, sperando di poterne presto avere una tutta mia, ora che gli ingredienti di questo magico congegno paiono esserci tutti.

Now I’m here. Simply.

Sofferenza creativa / creazione sofferente.

Posted in Uncategorized by lonelymarlin on 24 maggio 2010

I simply am not there. E questo si è visto, dato che è un pezzo che manco da questo blog, ma c’è una ragione: il motore immobile alla base di tanti post, tante riflessioni e tanti spunti mai approdati qui e spentisi sfrigolando come fuochi artificiali in mare, si è fermato.

Qualcuno, per la precisione, lo ha fermato.

Quel motore immobile dovrei definirlo “sofferenza”, ma farei un torto a tanta gente che soffre davvero, per cui lo chiamerò disagio, inquietudine, spleen, sbattimento; l’oscillare di un ago in mezzo a tanti campi magnetici deboli, in attesa di trovare il suo Nord – Sud.

Quel qualcuno è una donna straordinaria.

Detto questo, rifletto sull’ovvio, vale a dire sul rapporto che c’è tra sofferenza (chiamiamola così, tanto siamo d’accordo sul fatto che vera sofferenza non è) e ideazione / creazione.

Dato che sono incapace di dipingere, musicare, scolpire (ricordo ancora l’espressione atterrita del mio insegnante di educazione artistica di fronte ai miei “lavori”), mi tocca usare ciò che ho di più familiare, le parole, per esprimere la mia creatività o quello che passa per tale, a volte solo un flusso disordinato di pensieri e di emozioni.

Spesso la creazione è favorita da stati più o meno artificiali di alterazione della coscienza (un’ottima scusa per molti soi disant artisti per indulgere ai giocattoli di Psiche) e la sofferenza è uno di questi. Non riesco a capire quale perverso ingranaggio faccia sì che a livelli elevati di sofferenza corrispondano livelli elevati di flusso creativo, ma tant’è.

Forse soffrire scatena una reazione di sopravvivenza che ci induce a prestare maggiore attenzione alle cose, a collegarle in modi imprevisti e imprevedibili, a riflettere il nostro dolore sul mondo e plasmarlo a sua immagine; forse soffrire acuisce la nostra sensibilità fino a livelli quasi innaturali, fa sì che anche un brandello di emozione ci induca a star svegli la notte, rimuginando. Forse soffrire è come l’adrenalina, che raddoppia le nostre energie o causa un dolore tale da annichilire gli altri sotto-dolori e renderci per converso più forti.

Ma altrettanto succede quando ci si trova dall’altra parte dello zero emotivo, vale a dire in stati di estrema felicità. Cambia solo il fuoco (in senso ottico) delle nostre emozioni e tutto il nostro creare, sentire, vivere diventa parte di un’immensa dedica alla persona amata.

Spero di restarci a lungo, dall’altra parte dello zero emotivo…

Il convegno.

Posted in Uncategorized by lonelymarlin on 15 marzo 2010

Oggi ho partecipato a uno di quei convegni che radunano folle di professionisti, da più Fori nientemeno, sotto la comune egida dei punti di deontologia (preziosissimi) per la formazione continua…

Eventi come questi hanno il duplice potere di riunire i giovani e stanare i meno giovani per convogliarli tutti in un variopinto calderone, sito solitamente in un antico palazzo o, quando proprio gli argomenti (e i punti) pesano, in un teatro o in un padiglione della Fiera, come oggi.

Questi happening vanno visti sotto due lati: di fronte e da tergo. Non metaforicamente, ma letteralmente: davanti, un fronte compatto di professionisti con la testa tra le mani nei modi più disparati e vari, incarnazione stessa della concentrazione e della profondità ermeneutica, che digitano su laptop, netbook, notebook, iPhone, scrivono alacremente su blocchi di carta.

Da tergo, invece, si scoprono gli altarini e sugli schermi dei laptop, dei netbook, dei notebook, degli iPhone, compaiono le foto dell’ultima festa di compleanno, agguerrite sessioni di solitario, Halo…

Anche i non-nerd sono attrezzati per la bisogna: alcuni, sfacciatamente, leggono il giornale, i temerari la più appariscente e rosea Gazzetta; altri, semplicemente, dormono.

Alla fine, esauriti gli “indirizzi di saluto”, formulati i doverosi (ma perché?) ringraziamenti, i relatori prendono la parola e sull’uditorio può finalmente calare una pesante e oppressiva coltre di sonno, propiziata dal pranzo appena trascorso…

Ci si rivede tra tre ore.

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